Mi sono pazzamente innamorata di questo cestino realizzato a mano da Ettore Gastini, artista e cestaio mantovano. 
Oggi l’ho voluto utilizzare come contenitore per questo ikebana autunnale che ha come protagonista assoluto il fiore di celosia.

In Giappone gli artigiani più meritevoli, riconosciuti Maestri nella loro arte, vengono insigniti del titolo di “Tesoro nazionale vivente” e ricevono speciali forme di tutela e di sostegno. Bella idea, vero? Anche noi in Italia dovremmo saper preservare e tutelare al meglio la nostra importante e ricca tradizione di artigianato artistico, per poterla trasmetterla alle generazioni future. E se prendessimo spunto dal modello giapponese?

È in arrivo domani – nella notte tra l’8 e il 9 febbraio – la Superluna. Se il cielo sarà sereno, la luna brillerà in cielo grandissima e ci regalerà uno spettacolo naturale da non perdere.

In Giappone c’è una parola, O-Tsukimi, che dà il nome ad un’antichissima tradizione giapponese, risalente all’epoca Heian: in autunno, quando la temperatura è ancora mite, ci si ritrova con la famiglia e gli amici per contemplare la luna piena.

Da sempre la luna – tsuki – è stata celebrata dai poeti e dagli artisti giapponesi. Tra tutte le poesie questa, scritta dal monaco Honen nel XII secolo, è tra le mie preferite:

La luce lunare illumina 

tutti i villaggi, 

ma solo in chi la guarda

vive nel suo cuore.

Studio Spazio Bianco si appassiona al Nero grazie ad un saggio di Alessandro Carrera tutto dedicato alla Cappella realizzata da Mark Rothko a Huston.

“Poiché siamo a Huston, e la NASA è a due passi, e siccome la cappella è stata costruita negli stessi anni in cui l’agenzia spaziale mandava astronauti sulla luna, l’accostamento è inevitabile: pare di entrare in un gran modulo spaziale, come se i pannelli fossero vetrate che permettono di spingere lo sguardo nel profondo del nero interstellare, o nel tempo perduto in cui le stelle non brillavano ancora e solo strisce di materia rigavano la compattezza di un buio che non avvolgeva ancora nessuno. Strisce indifferenti al nostro avvicinarsi o allontanarsi; seguono rotte che appartengono solo a loro. Forse ci mostrano com’era l’universo un attimo prima del “Sia fatta la luce”, o forse ci avvertono che anche la luce creata può rendersi invisibile, venire riassorbita dalla consistenza del buio.” (p.18)

Jasper Johns

Jasper Johns, White Flag, 1955,  Metropolitan Museum of Art

Leggo e riporto questa riflessione di Jasper Johns, molto interessante:

Un’opera può dirsi finita quando è risolta in sé, quando è per se stessa, quanto ti ha svuotato, quando tutte le sue parti sono andate in una certa direzione, e non sono più possibili ritorni.

Jasper Johns, stralcio di un’intervista rilasciata a “La Lettura” (21.02.2106)

Un’opera può dirsi finita quando l’artista ha la chiara percezione che non vi sia più nulla da aggiungere o togliere. Quando tutte le sue parti seguono armoniosamente una certa direzione.

Quando il creatore si sente ‘svuotato’, allora l’opera è pronta per vivere di vita propria. E’ una relazione dinamica tra l’opera e l’artista, sostenuta da un meccanismo di spostamento che facilita il rigenerarsi di un nuovo atto creativo.

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Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas nel 1965.

Lucio Fontana raccontava di quando gli fece visita un amico chirurgo e gli disse che i tagli sulla tela era capace di farli anche lui. Fontana rispose: “Anch’io sono capace di tagliare una gamba, ma so che poi il paziente morirà. Se la taglia una chirurgo, la faccenda è diversa, fondamentalmente diversa”.

Al suo amico e fotografo Ugo Mulas disse: “Non è che entro in studio, mi levo la giacca, e trac! faccio tre o quattro tagli. No, a volte, la tela, la lascio là appesa per delle settimane prima di essere sicuro di cosa farne, e solo quando mi sento sicuro, parto, ed è raro che sciupi una tela; devo proprio sentirmi in forma per fare queste cose”. E Mulas commenta: “Forse proprio per questa concentrazione e aspettativa concettuale Fontana ha chiamato i suoi quadri di tagli “attese”.

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